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Arresto cardiaco: la rianimazione immediata migliora la sopravvivenza e le funzioni cerebrali residue

Fra i sopravvissuti oltre 30 giorni ad arresto cardiaco extraospedaliero, coloro che hanno ricevuto la rianimazione cardiopolmonare (CPR) da parte dei presenti all’evento, hanno avuto una riduzione significativa della mortalità ad un anno rispetto agli altri, specie se veniva effettuata anche la defibrillazione elettrica. Questi risultati, associati anche alla riduzione significativa del rischio di danno cerebrale anossico o ricovero, sono stati dimostrati da uno studio sul Danish Cardiac Arrest Registry.

Secondo Kristian Kragholm, autore dello studio, in Danimarca sono in corso varie iniziative per migliorare ulteriormente i risultati relativi a questi casi, fra cui corsi obbligatori di CPR nelle scuole elementari e nelle scuole guida. In Danimarca è anche disponibile un registro automatico dei defibrillatori esterni in cui chi acquista uno di questi presidi salva-vita è incoraggiato a farne registrazione, fornendo informazioni sugli orari di possibile accesso. Queste informazioni sono disponibili tramite un’app da smartphone; il registro è collegato ai centri d’emergenza, in modo tale che, chi fosse presente ad un arresto cardiaco,  possa trovare facilmente il defibrillatore più vicino e possa essere guidato a farne uso.

I registri possono essere usati anche per valutare la frequenza con cui gli astanti effettuano la CPR e defibrillano i pazienti. L’esperienza Danese dimostra un netto aumento di questi parametri con le iniziative suddette e questo coincide con l’aumento della sopravvivenza a 30 giorni, dopo arresto cardiaco extraospedaliero, che  è passata dal 3,9% al 12,4%. (N Engl J Med 2017; 376: 1737–47)